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Tragedia Comica

Una Tragedia Comica

A Capodanno ho assistito al dramma di una famiglia, non ero solo, ma per un po’ forse ero l’unico a soffrire, mentre tutti se ne infischiavano, li deridevano, si divertivano sguaiatamente.

Davanti a noi c’era una figlia che per volere dei genitori aveva rinunciato alla felicità per sposare un uomo che l’aveva resa ricca ma che, ahi-lei, non amava.

C’era una madre che da sola sorreggeva il peso secolare di un’istituzione, la famiglia, badando alla casa e al marito brontolone, viziando il figlio bamboccione e rammendando costantemente i tessuti del matrimonio della figlia logorati dall’indole ribelle di quest’ultima.

A complicare la già traballante armonia familiare ci aveva pensato la sfacciataggine dell’amante della giovane sposa, presentatosi in casa addirittura la sera della vigilia di Natale. I due si amavano per davvero ed erano disposti ad affrontare finanche lo scandalo pur di realizzare la loro felicità, sovvertendo l’ordine imposto loro dalla società, trasformando in dramma l’esistenza di chi, su quell’ordine, aveva costruito la propria stabilità psichica e sociale.

Sto parlando di un padre ignaro, come un bambino, della bomba che stava per esplodere proprio sotto ai suoi occhi al punto da accenderne, senza volerlo, la miccia, mentre egli giocava seriosamente a fare il presepe, bisticciando col figlio dal quale non riusciva ad elemosinare nemmeno un “mi piace” e col fratello di cui mal sopportava la forzata convivenza.

Quando il genero, uomo ricco, aitante e un po’ guascone, scopriva sua moglie tra le braccia dell’amante, la tragedia di Natale era stata bella e servita.

Uno shock talmente forte da ridurre l’anziano padre nella condizione psichica di un bambino, da costringere il figlio a prendersene cura trasformandolo – finalmente – in uomo adulto, da imporre alla moglie una resa assoluta al disfacimento dell’istituzione familiare che fino ad allora aveva faticosamente sorretto.

Era Natale, ma ciò che si celebrava in quella famiglia non era la manifestazione della Luce in Terra, ma dell’Ombra lungamente, fatalmente, repressa.

E tuttavia si trattava pur sempre di una “nascita”, intesa come l’accettazione di un nuovo amore, per quanto benedetto, ahi-tutti, non dalla patria potestas né dal sacramento, ma dall’equivoco, dallo scandalo, dalla demenza paterna.

A Capodanno ho assistito al dramma di questa famiglia insieme ad un centinaio di persone, eppure, tra tutte, per molto tempo io ero l’unico a strozzare il pianto in gola, circondato invece da chiassose risate e applausi di gioia.

A un certo punto mi sono chiesto: come è possibile tutto questo?


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Ho cercato la risposta uscendo dal senso di solitudine e provando a lasciarmi contagiare da quell’allegria, così ho capito: non solo è questa la grandezza del teatro di Eduardo, ma essa può essere anche “La” chiave per affrontare in modo sano le difficoltà della vita, specialmente quelle che sorgono in ambito familiare.

Mi spiego.

Quest’anno ho festeggiato la notte di San Silvestro con la compagnia teatrale di Luigi de Filippo di cui Carmen Landolfi, mia cara amica, fa parte. Il giorno seguente ho avuto anche l’onore di essere ospite alla prima rappresentazione del 2017 di “Natale in casa Cupiello”, intramontabile commedia di Eduardo de Filippo, dove – per l’appunto – ho potuto incontrare la sventurata famiglia: Ninuccia (la figlia), Concetta (la madre), Luca (il padre), Tommasino (il figlio), Pasqualino (il fratello di Luca), Nicolino (il marito di Ninuccia) e Vittorio (l’amante).

La storia interpretata da questi personaggi è malinconica, triste, tragica; eppure, a ragion veduta, viene proposta dagli autori e vissuta dagli spettatori come una narrazione comica, dove personaggi burleschi si intrecciano con equivoci esilaranti. Lasciandomi trasportare sia dall’onda tragica che dalla vena comica, condividendo la sofferenza dei protagonisti senza però rinunciare a ridere delle loro smorfie, tanto più buffe quanto più aumentava il loro prendersi sul serio, io ho compreso.

Senza girarci intorno, credo che Eduardo con questa tragica commedia ci abbia lasciato uno dei segreti per uscire dalle situazioni critiche della vita, specie quelle partorite dal contesto familiare: l’umorismo, inteso come la facoltà di cogliere il ridicolo delle cose, pur rispettando la loro drammaticità.

Può sembrar banale, ma come molte cose “banali” la semplicità nel coglierle si rivela inversamente proporzionale alla difficoltà nel porle in essere.

Quanto siamo in grado di fermarci un attimo, prendere la giusta distanza dagli eventi della nostra vita, sederci come se stessimo a teatro ed osservarli come una rappresentazione a noi sufficientemente estranea al punto da coglierne quelle esasperazioni ridicole, che fanno ridere?

Punto primo dovremmo fermarci e sederci: ci riusciamo?

In secondo luogo dovremmo assumere una certa distanza dagli eventi: ce lo concediamo?

Infine dovremmo accettare che in fondo ci prendiamo tutti un po’ troppo sul serio: ce la sentiamo di farlo?

Eppure, se ci riuscissimo, rischieremmo di venire sopraffatti da un’inspiegabile, liberatoria, terapeutica, fragorosa risata.

Buon 2017 a tutte e a tutti.


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Questo post dal titolo “Una Tragedia Comica” è stato scritto da Alfredo Pochet, Counselor Olistico ad Orientamento Bioenergetico.

Iscritto ai registri nazionali FAIP (Federazione Italiana Associazioni di Psicoterapia) conduce Percorsi di Crescita individuali, di gruppo, classi di Bioenergetica e workshop tematici per favorire il benessere nelle relazioni, con se stessi e con gli altri.

Nei suoi lavori integra metodologie moderne con tecniche maturate a seguito di un percorso di consapevolezza tradizionale.


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Alfredo Pochet - Percorsi di Crescita e Consapevolezza di Sé.