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Insights

Forzadel Gruppo

Quando l’aiuto viene dal Gruppo

L’esperienza con le persone, ancor prima della formazione, mi porta ad affermare che un Gruppo d’incontro è la soluzione più efficace per accelerare l’attraversamento delle fasi complicate della nostra esistenza.
Quando siamo alla ricerca di nuovi stimoli o abbiamo chiaro l’obiettivo da raggiungere, se ci troviamo ad affrontare la separazione da un modello di vita precedente, ogni volta che insorge un elemento nuovo nella nostra vita che troviamo difficoltà ad accogliere, il lavoro di gruppo facilita, aiuta, risolve.

In poche parole, un’esperienza di crescita e consapevolezza gruppale ha il potere di migliorare la relazione con noi stessi, con gli altri e con aspetti specifici della nostra vita quotidiana.

È bene precisare che esiste una netta distinzione tra le più note esperienze terapeutiche gruppali, che utilizzano questo prezioso strumento per guarire i pazienti affetti da disturbi psicologici, e i lavori di crescita, consapevolezza e facilitazione destinati ad un insieme di persone che condividono lo stesso intento.
Ciononostante nell’immaginario comune spesso si tende a confondere queste due tipologie di esperienze che, sebbene abbiano una radice scientifica comune, sono mossi da principi, metodologie e finalità differenti.

Ad ogni modo il “Gruppo”, inteso come strumento terapeutico o risolutivo, deve le sue origini alla ricerca psicologica del secolo scorso e all’adattamento dei risultati ottenuti in ogni settore della vita sociale.
Studiosi come Wilfred Bion e Kurt Lewin hanno analizzato profondamente il senso (dal punto di vista dell’individuo), le dinamiche e il funzionamento emotivo dei gruppi sociali, dando spazio alla comprensione di tutti quegli elementi ricorrenti e determinanti, come la leadership, i ruoli o la motivazione di base all’interno di un gruppo.

Per mezzo dei modelli teorici da essi descritti, poterono svilupparsi una serie di approcci terapeutici in grado di guarire persone affette dagli stessi disturbi; ma il valore delle loro teorie si rivelò così imponente da trovare applicazione aldilà dell’ambito clinico (Nota di buon umore).
Ad essi si devono ad esempio i metodi utilizzati per le diagnosi organizzative, le analisi delle istituzioni, la formazione di operatori, tecnici e dirigenti. Dal medesimo nucleo di ricerca psicologica derivano talune linee operative seguite dall’assistenza sociale, l’educazione scolastica e la strategia sportiva.

A queste teorie, modelli e metodi, il Counseling ha aggiunto il valore umano della relazione, l’unicità della persona, il significato dell’empatia e il potere risolutivo delle emozioni nella vita di ciascuno di noi.
Il patrimonio esperienziale tramandatoci da Carl Rogers è stato determinante per l’adattamento dei principi psicologici di cui sopra ad ambiti non clinici, non patologici, ma esistenziali, trasversali quindi a qualsiasi contesto lavorativo e sociale di appartenenza.


Per maggiori approfondimenti sui benefici di un Workshop di crescita e consapevolezza  può contattarmi ora .


Grazie a questa eredità e all’integrazione di essa nel mio percorso personale, oggi, insieme ad eroici colleghi, propongo incontri di gruppo settimanali, seminari mensili e workshop unici, ad hoc, volti cioè all’attraversamento di tematiche specifiche.
Le esperienze che conduciamo in ciascuno di questi lavori sono eterogenee, vanno dai movimenti corporei estratti dalla Bioenergetica di Alexander Lowen, alle tecniche di consapevolezza di sé ad ispirazione alchemica, dalle proposte creative che aiutano a comprendere e modificare in meglio il proprio mondo relazionale alle espressioni artistiche, dove sono l’intuito e l’istinto a tracciare il sentiero che conduce al proprio benessere.

Durante ognuno di questi incontri, Il “gruppo” amplifica, accelera e direziona gli effetti benefici affinché ogni partecipante possa vivere un’esperienza umanamente arricchente, oltre che risolutiva per i propri personali obiettivi che intende raggiungere.
In che modo? Esistono dei fattori ricorrenti: vediamoli.

Se ciò che ci spinge a metterci in gioco è un malessere legato ad una crisi personale, vissuta ad esempio nell’ambito di una relazione importante, incontrare altre persone che hanno attraversato o stanno vivendo il nostro stesso disagio ci disancora dal senso di solitudine, dal sentirci diversi da chi sta bene, magari sfortunati, quasi sempre demotivati.
Il gruppo ci aiuta a capire che alcuni passaggi critici non riguardano soltanto noi, ma fanno parte della vita così come andrebbe vissuta, e non temuta.

Parallelamente, all’interno di un gruppo può accadere che si sviluppi una particolare sintonia con una o più persone, un senso di solidarietà in grado di infonderci forza e speranza, nel momento in cui ne abbiamo più bisogno per prendere una decisione importante, oltrepassare un ostacolo, oppure semplicemente per affidarci a noi stessi, alle nostre capacità.

Talvolta dal semplice confronto dialogico con una persona all’interno di un gruppo d’incontro, è possibile che nasca un’idea che può aiutarci a risolvere un problema o semplicemente ad aumentare il piacere di vivere nella quotidianità, una di quelle idee che solo uno sguardo esterno, lucido e sinceramente interessato può riuscire a scovare nei nostri momenti di confusione personale.

Non di rado, invece, può essere proprio una discussione emersa all’interno di un gruppo a spronarci verso quello scatto necessario per risolvere un conflitto o una situazione disagevole della nostra vita. Ciò è reso possibile dal fatto che all’interno di un gruppo si ha la possibilità di attraversare in modo sano, ossia mediato e non lesivo, una divergenza di pensiero o di atteggiamento, e questo fattore trasforma il gruppo d’incontro in una sorta di “laboratorio” o di “palestra espressiva” per la persona che può così testare il proprio mettersi in gioco in un contesto protetto.

Questo fatto, ossia il poter agire un nostro diritto che ci viene negato o che neghiamo a noi stessi nella vita quotidiana, risolve gran parte dei nostri problemi quotidiani.

Chiaramente, possono emergere ulteriori elementi in grado di rendere ancora più gradevole un’esperienza di gruppo e di conseguenza più efficace, come la coesione tra le persone, il senso di condivisione, l’immancabile ironia che in alcuni passaggi può sfociare nel divertimento, ma anche la commozione, la serietà e il profondo rispetto nei riguardi di chi ha deciso di mettersi in discussione.

Il gruppo può concretamente aiutarci, qualora ve ne fosse bisogno, ad accrescere il rispetto che noi stessi attribuiamo a ciò che siamo, che facciamo, alle nostre scelte, al diritto di dire no a tutto quello che non ci piace, a prenderci ciò che ci spetta di diritto.

Ogni gruppo in conclusione, come qualsiasi percorso di crescita, è un cammino di consapevolezza e attuazione verso una condizione di armonia e amore verso se stessi.
È da questa condizione che germogliano le soluzioni, gli stimoli, le motivazioni, la capacità di comprensione e il coraggio di fare.
Tuttavia, a differenza di un percorso individuale, in un’esperienza di gruppo siamo in tanti a remare nella stessa direzione, e in caso di burrasca non si è soli ad ammainare le vele.


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NOTE:
Nota di buon umore
Il cinema e la televisione ci hanno abituati a guardare soprattutto con ironia alle terapie di gruppo.
Tanto per sottolineare – favorendolo – il sacro valore del buon umore, vorrei citare qualche esempio cinematografico tra i miei preferiti.
Sul gradino più basso del podio troviamo Carlo Verdone in “Ma che colpa abbiamo noi”, alle prese con una terapia di gruppo “autogestita”, dal momento che il terapeuta è stato schiantato da un infarto e i partecipanti si ritrovano rinchiusi nel suo studio a causa di un corto circuito dell’allarme che ne ha serrato ogni via d’uscita… Esilarante!

Al secondo posto rendiamo onore alla genialità di Walter Abrams, broker senza scrupoli interpretato da Al Pacino in “Rischio a due”. In una scena centrale del film Walter – proprio lui – partecipa ad un gruppo tematico sulle dipendenze da gioco d’azzardo. Ma, invece di presentarsi con il canonico «Salve sono Walter e sono due settimane che non gioco», sfodera una sorta di monologo filosofico-piscologico sul profilo dello scommettitore, una vera e propria arringa difensiva sul giocatore incallito, strappando applausi dagli scommettitori patologici e infilando il suo biglietto da visita nelle loro tasche, mentre se la dà a gambe levate inseguito dai terapeuti che vogliono malmenarlo. Epico.

La medaglia d’oro di tutte le terapie di gruppo viste al cinema, secondo me, la merita la folle compagine seguita da Jack Nicholson nei panni del Dr Buddy Rydell, psichiatra decisamente sui generis, in “Terapia d’urto” di Peter Segal. Un consesso di personaggi strampalati, pieni d’amore e di fobie, che Dave – il protagonista interpretato da Adam Sandler – è costretto a frequentare per guarire dalla sua “rabbia repressa” che quando diventa esplosiva, secondo il tribunale che lo ha condannato alla terapia di gruppo, lo rende un uomo socialmente pericoloso. C’è bisogno d’altro per ridere?
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Questo post dal titolo “Quando l’aiuto viene dal gruppo” è stato scritto da Alfredo Pochet, Counselor Olistico ad Orientamento Bioenergetico.

Iscritto nei registri nazionali FAIP (Federazione Italiana Associazioni di Psicoterapia) conduce percorsi individuali, di gruppo, classi di Bioenergetica e workshop tematici per favorire il benessere nelle relazioni, con se stessi e con gli altri.

Nei suoi lavori di Counseling integra metodologie moderne con tecniche maturate a seguito di un percorso di consapevolezza tradizionale.


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Alfredo Pochet - Percorsi di Crescita e Consapevolezza di Sé.