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Insights

Padre E Figlio

Quando i figli crescono

La storia che sto per raccontarvi ci aiuta a capire com’è possibile che, da un giorno all’altro, un genitore “non riconosca più suo figlio”: accade ogni volta che un figlio cresce e il padre e/o la madre restano ancorati ad un modello di relazione con lui vecchio, obsoleto, che non funziona più. Basta guardarci dentro: siamo, o siamo stati, tutti figli di qualcuno. Ciò significa che abbiamo scolpite in noi le pietre miliari della nostra crescita e possiamo ricordare, se lo vogliamo, come sono cambiati i nostri bisogni nel corso del tempo e, di conseguenza, come si è modificata la percezione dei nostri genitori e ciò che ci aspettavamo dalla relazione con loro.

Fabio, vedovo cinquantenne, vive una situazione infelice con i suoi due figli, Gianmarco di trentaquattro anni e Loretta di ventinove. Vanno d’accordo solo se parlano di argomenti generalisti, poiché tutte le volte che affrontano questioni che li riguardano direttamente finiscono sempre per bisticciare.

Dopo un litigio particolarmente aspro, verbalmente violento, in cui si sono feriti spietatamente a vicenda, è scattata una sorta di tregua non dichiarata. In pratica per evitare di farsi del male ulteriormente, hanno deposto le armi, ma si sono arresi allo stesso nemico, ossia l’impossibilità di incontrarsi serenamente nel dialogo e nel confronto.

Questa sorta di triste coprifuoco dei sentimenti, nel giro di un anno ha quasi appassito l’intera vita di Fabio il quale, su consiglio di un medico con cui collaboro da diverso tempo, senza speranza alcuna mi ha raccontato la sua storia chiedendomi se ci fosse ancora qualche possibilità di «tornare ad essere un padre per i suoi due figli».

Come spesso accade nel Counseling, la prima domanda contiene il problema, la soluzione e il modo per concretizzarla.  Invece di fornire una risposta, rivolgo a Fabio il seguente interrogativo: «Può un padre “non essere più un padre” per i suoi figli?»

L’uomo non sa cosa dire, decide però di concedersi un po’ di tempo per provare a vederci chiaro.

Durante i primi incontri egli sfoga il dolore e i risentimenti che prova non nei confronti dei figli, ma contro la vita che lo ha messo – fatalisticamente – nella condizione in cui si trova. Il solo fatto di liberarsi da cotanto peso di emozioni negative lo fa sentire meglio, lo carica di ottimismo e di nuove speranze che però vengono puntualmente disattese se prova a relazionarsi con Loretta e Gianmarco.


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Arriva un momento in cui Fabio si sente sufficientemente alleggerito dal dolore ma oltremodo frustrato da questa situazione, inizia così a raccontarmi la sua storia, ponendo al centro di essa la relazione con i suoi ragazzi.

Ne viene fuori un padre che fu estremamente affettuoso e pieno di premure quando essi erano dei bambini, che ha provveduto a tutto ciò di cui avevano materialmente bisogno per crescere sani, istruiti e in grado, una volta adulti, di badare a sé.

Allo stesso tempo però, Fabio ha lasciato che fosse sua moglie a dialogare con i ragazzi, accogliere le loro confidenze, rassicurarli nei momenti di maggior disorientamento. Me ne ha parlato serenamente, come una sorta una sorta di “chi-fa-che-cosa” degli organigrammi aziendali.

Da quando però Gabriella, sua moglie, è deceduta, egli ha provato ad entrare maggiormente in relazione coi ragazzi, fallendo dolorosamente nel tentativo di colmare il vuoto generato dalla scomparsa della loro madre.

Gradualmente, Fabio acquisisce maggior lucidità nel vedere il suo problema finché, rivisitando i litigi con Gianmarco e Loretta, coglie il filo conduttore che li accomuna: da un lato il suo approccio eccessivamente “paternalistico-affettuoso-premuroso-ansioso-protettivo”, dall’altro una reazione spropositatamente rabbiosa da parte dei figli.

In pratica, egli sente che è come se in fondo non avesse mai voluto separarsi dal tipo di relazione che aveva avuto un tempo con i suoi  bambini. È come se la gioia fotografata in quel periodo lo avesse convinto che la relazione padre-figlio potesse risolversi solo ed esclusivamente in un prendersi cura, affettuoso e premuroso, della sua prole.

Comprende che è proprio questa gioia, antica come un fantasma, ad impedirgli di vedere Gianmarco e Loretta come due persone adulte, ora richiedenti ben altro tipo di rapporto con la propria figura paterna.

Questa presa di coscienza è stata la svolta della nuova vita di Fabio, gli ha dato l’opportunità di parlare chiaramente con i suoi figli i quali, da parte loro, hanno ammesso che le loro reazioni rabbiose erano mosse più dal dolore legato alla perdita della madre che dal disappunto provocato dai suoi approcci eccessivamente premurosi e paternalistici.

Oggi Fabio, Loretta e Gianmarco stanno scoprendo giorno dopo giorno una nuova relazione, tornano a discutere animatamente su tante cose, ma non arrivano mai a ferirsi, ed ogni conflitto non si risolve più con una finta tregua, ma con una vera pace.


Per maggiori approfondimenti su come il Counseling può migliorare la relazione tra genitori e figli può contattarmi ora per un incontro gratuito.


Questo post dal titolo Quando i figli crescono è stato scritto da Alfredo Pochet, Counselor Olistico ad Orientamento Bioenergetico

Iscritto nei registri nazionali FAIP (Federazione Italiana Associazioni di Psicoterapia) conduce percorsi individuali, di gruppo, classi di Bioenergetica e workshop tematici per favorire il benessere nelle relazioni, con se stessi e con gli altri.

Nei suoi lavori di Counseling integra metodologie moderne con tecniche maturate a seguito di un percorso di consapevolezza tradizionale.


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