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La Mia Nuova Vita

Cambiare lavoro, cambiare vita.

Questo articolo è dedicato a tutte quelle persone che desiderano fortemente cambiare lavoro ma si sentono impossibilitate a farlo, ritrovandosi così in un’empasse che sembra senza via d’uscita. Vedremo dal punto di vista del Counseling come affrontare questa esigenza che tante volte si trasforma in causa di disagio non solo per il singolo individuo, ma anche per le persone che gli sono vicino, come il partner o la famiglia.

Partiamo da un dato di realtà: cambiare lavoro e qualità della propria vita è difficile ma è possibile, lo dimostrano le statistiche e lo confermano le testimonianze di chi ci è riuscito (basta cercare in rete).

I dati e le storie umane ci dicono che, nonostante la crisi, il vero problema non sta nell’inseguire un impiego migliore, ma nella relazione che si ha con il lavoro e ciò che ne consegue.

Secondo le indagini pubblicate da Kelly Services, multinazionale di servizi per le risorse umane, ben sviluppate da Federico Pace in un articolo per Repubblica.it, otto italiani su dieci hanno cambiato azienda nell’arco della propria carriera; tra essi, quasi il cinquanta per cento lo ha fatto tra le due e le cinque volte.

Il cambiamento, quindi, è un dato realistico.

Quando ci si sente inchiodati in un impiego che rende insoddisfatti, nel momento in cui abbiamo deciso di smuoverci da questa situazione, occorre mettere bene a fuoco, una volta per tutte, qual è il nostro reale problema, tenendo presente che nella maggioranza dei casi non si tratta solo di una questione retributiva.

Il guadagno è certamente uno degli elementi cardini di ogni attività professionale, tuttavia ciò che ci crea problemi ha quasi sempre a che fare con un bisogno insoddisfatto agganciato – più o meno direttamente – al lavoro che svolgiamo.

Ecco alcuni esempi di disagio che ho potuto mettere a fuoco con i miei clienti: mansioni alienanti o ripetitive, pessimo rapporto con colleghi o responsabili, la distanza eccessiva da casa, desiderio non appagato di fare carriera, assenza di riconoscimenti e gratificazioni, mancanza di stimoli intellettuali e umani, conflittualità con la vita privata (ad esempio: orari, stress, relazioni che si sovrappongono) .


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Una volta focalizzato il bisogno fondamentale, occorre smascherare l’illusione fondamentale, poiché più è elevato il grado di insoddisfazione tanto maggiore è il rischio di idealizzare l’impatto positivo di un nuovo lavoro sulla propria vita.

Le persone che si trovano in un’impasse legata al lavoro, frequentemente mi dicono – quasi sognando ad occhi aperti – che un cambiamento professionale sarebbe la soluzione definitiva per tutti i loro dissapori. Non è così.

In una condizione di serenità d’animo e lucidità intellettiva, ogni individuo sufficientemente adulto e con un minimo di esperienza converrà che la vita, in tutte le sue sfaccettature, è fatta di alti e bassi, che ogni medaglia ha due facce, che le cose non sono o bianche o nere etc. E che il lavoro rappresenta solo uno dei fattori che può contribuire a migliorare la qualità della nostra vita.

In qualsiasi località del mondo, qualunque sia l’attività professionale cui ci stiamo dedicando, c’è vita dove c’è pulsazione, quindi alternanza di vicende e stati d’animo, positivi e negativi.

Se riprendiamo coscienza di questo fatto, allora siamo pronti a metterci seriamente alla prova ed affrontare realisticamente la sfida di cambiare lavoro.

Bene, ora possiamo passare alla fase tre del nostro progetto: verificare, una ad una, le motivazioni che ci spingono a cambiare e quelle che ci inchiodano nel lavoro attuale, allo scopo di individuare la strategia migliore per potenziare le prime e rendere inefficaci le seconde.

Come abbiamo già visto in precedenza, chi vuole cambiare lavoro non pensa di farlo, lo fa e basta; se al contrario noi la percepiamo come una cosa impossibile da mettere in atto c’è senz’altro una motivazione negativa che si oppone al nostro desiderio e ci impedisce di realizzarlo.

Facciamo qualche esempio. Spesso mi sento dire: «non è il lavoro della mia vita ma mi serve per vivere», «non ne posso più di fare sempre le stesse cose ma non ho alternative», «è un lavoro alienante ma è l’unica cosa che ho imparato a fare», «non vengono adeguatamente riconosciute le mie competenze ma è un contratto a tempo indeterminato», «non mi piace la città in cui vivo e lavoro ma non ce la faccio a ricominciare da zero da un’altra parte».

Cos’è che accomuna tutte queste situazioni apparentemente diverse fra loro?

L’elemento di continuità è Il «ma».

Quanto pesa questo «ma»? Quanto concreto è il suo potere di contrapporsi alla realizzazione dei nostri progetti?

Lavorando su questa piccola congiunzione avversativa è possibile ridimensionarla, alleggerirla, trasformarla.

Ultimato anche quest’ultimo passaggio, dovremmo essere sufficientemente lucidi, realistici ed equilibrati per riconoscere il nostro reale intento, vedere in modo chiaro tutto ciò che possiamo fare per realizzarlo… e porlo in essere, un passo alla volta.

Da quel momento in poi la nostra vita si trasforma in un cammino verso una destinazione – il nuovo lavoro appunto –  che ci fornisce un orientamento alternativo da seguire, nelle scelte che facciamo, nelle persone che incontriamo, nel modo in cui affrontiamo e comprendiamo le gioie e le preoccupazioni che quotidianamente, inevitabilmente, naturalmente attraversiamo.

Credits: miojob.repubblica.it.


Per maggiori approfondimenti su come il Counseling può migliorare la relazione con il lavoro può contattarmi ora per un incontro gratuito.


Questo post dal titolo Cambiare lavoro, cambiare vita è stato scritto da Alfredo Pochet, Counselor Olistico ad Orientamento Bioenergetico

Iscritto nei registri nazionali FAIP (Federazione Italiana Associazioni di Psicoterapia) conduce percorsi individuali, di gruppo, classi di Bioenergetica e workshop tematici per favorire il benessere nelle relazioni, con se stessi e con gli altri.

Nei suoi lavori di Counseling integra metodologie moderne con tecniche maturate a seguito di un percorso di consapevolezza tradizionale.


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